Sono uscita dallo sport per un detox. E poi sono tornata.

Non ne potevo più. Ci lavoravo da oltre 20 anni.

Un percorso entusiasmante, certo, da volontaria a general manager! Quanta passione, quanta costruzione, quante amicizie, e quante visioni, quanti sogni e quante speranze.

Partecipavo a tavole rotonde e dibattiti, tenevo docenze, mi cercavano per un parere. Ero al centro (di una nicchia), ma pur sempre al centro.

Poi me ne sono andata. Tre anni fa ho chiuso quella porta, ho lasciato alle mie spalle un mondo nel quale ero cresciuta e nel quale tanto mi ero emozionata, ma che allo stesso tempo mi aveva delusa. Nulla di nuovo nella narrazione dell’entusiasmo giovanile che in età adulta cede il passo alla disillusione. La letteratura mondiale è piena zeppa di parabole simili.

All’asilo cantavo una canzone, quella di ”Hänschen klein”, il piccolo Hans, che un giorno prende bastone e cappello e decide di andare nel mondo. Ecco, un po’ come il piccolo Hans, anch’io ho iniziato un viaggio ”nel mondo” durato quasi tre anni. Un viaggio durissimo e bello insieme, di cadute e rialzate. Un viaggio di scoperte e di paure. Un viaggio di esplorazioni e di sperimentazioni. Un viaggio di apprendimento continuo. Mi sono spogliata di tutto, ho fatto tabula rasa di tutto, di ciò che sapevo, della mia reputazione, del mio posizionamento solido e autorevole. Con indosso poche cose ho navigato esplorando isole e terre che non conoscevo, affrontato mareggiate, perso la rotta per poi ritrovarla più e più volte.

Il mio rehab è stato scegliere di essere nessuno.

Lo sport per me era chiuso. Ma strada facendo ho imparato che nulla si chiude davvero per sempre. A un certo punto, lo sport ha iniziato a chiamarmi. Un segnale, poi un altro e poi un altro ancora e ho capito che non potevo tapparmi le orecchie. Che quella porta andava riaperta. E sono entrata.

Cosa ho trovato? Beh, in questi miei tre anni nulla è veramente cambiato (pandemia a parte). Lo sport è un mondo talmente vasto, complesso e spesso complicato, fragile e forte insieme, talvolta ipocrita, talvolta straordinario, che non può cambiare velocemente.

Ciò che invece è cambiata sono io.

Avevo bisogno del mio detox. Di eliminare tossine. Avevo bisogno di diventare adulta e trovare la mia strada. Avevo bisogno di capire che io lo sport lo posso ancora nutrire. E oggi meglio di prima, perchè oggi, dopo tre anni di viaggio, torno libera e ricca.

Libera di viverlo dentro il mondo e non separato da esso, e ricca di contaminazioni di codici, pratiche, esperienze, modelli che non possono che aiutarmi a tornare a dare il mio contributo a questo amato-odiato sport, che prima di ogni cosa è bellezza.

La bellezza di un gesto, di un corpo che si muove e dell’emozione che quel movimento suscita in chi lo può osservare.

E lavorare con lo sport per me oggi, più ancora di prima, vuol dire questo: mettersi al servizio della sua estetica, che vuol dire: dei suoi valori.

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